periodo d’oro del cinema fatto da donne in Spagna

L’ascesa del cinema fatto da donne in Spagna è già un fenomeno indiscutibile. Si verifica riparando, senza andare oltre, nei film premiati con il Goya per la migliore regia del romanzo dei due passato edizioni (Estate 1993 e Carmen e Lola). Il gala 2019 si è riunito a candidature per quella categoria a quattro registi contro un singolo candidato maschio, qualcosa di enormemente rivelatore.

Le ragioni finali di questo lieto evento vanno necessariamente ricercate al di là del ricollocamento che in questi ultimi tempi sta vivendo il posto della donna e del femminile nel nostro mondo. Ma qui ci interessa caratterizzare questa nuova generazione di registi in modo generale.

Bollaín e Coixet, due precursori

Isabel Coixet durante la cerimonia dei Goya Awards 2018.
Wikimedia Commons / Carlos Delgado, CC BY-SA

Non c’è bisogno di tornare dalle “madri fondatrici” Rosario Pi il Ana Mariscale senza mai dimenticare i nomi di Josefina Molina il Pilar Miró, che li ha preceduti, le figure di Isabel coixet me Icíar Bollaín, solidamente accompagnato da Grace Querejeta, Maria Ripoll il Chus Gutierrez, sono riusciti ad articolare uno sguardo autoriale identificabile e consolidare una encomiabile indipendenza creativa.

Bollaín non ha mai smesso di dotare il suo lavoro di un chiaro orientamento sociale. Nel percorso del suo docente maestro Ken Loach, smussa gli spigoli della militanza dovuta alla tesi cinematografica assimilando efficacemente le esigenze del melodramma. La filmografia di Coixet è iniziata con un assorbimento mimetico insolito e sconcertante delle convenzioni del cinema indipendente nordamericano per portare a un classicismo sereno e squisito.

In ogni caso, il cinema catalano, recentemente distinto con il Premio Nazionale di Cinematografia, è segnata da un sentimentalismo genuino e profondo totalmente persuasivo che, a volte, non disdegna una posizione critica con la realtà.

Il vibrante momento attuale

Poster di Ana di giorno (Andrea Jaurrieta, 2018).

L’attuale e sostenuta profusione di titoli, per lo più prime, proviene dalla mano di un folto gruppo di giovani registi in cui la molteplicità delle opzioni produce una grande varietà di risultati.

La gamma spazia da quell’indagine sull’identità simile a quella di Haneke Ana di giorno, di Andrea Jaurrieta, opera sconcertante nella sua struttura disarticolata e postmoderna nel suo smisurato amalgama di materiali diversi; alla sensibile cronaca dell’improvvisa venuta della maturità che è Innocenza segnato da Lucía Alemany.

Un filo conduttore

Nonostante questa diversità, un’attenta osservazione di questo intero ciclo di film ci permette di estrarre un’inclinazione da parte dei suoi autori verso l’uso dell’esperienza personale e biografica come base su cui costruire le loro proposte.

E questo è così in un senso diverso rispetto a Coixet e Bollaín, proprietari della propria visione, sebbene legati a questioni universali. In questo senso è davvero significativo il confronto Júlia è di Elena Martín e L’isola più bella di Ana Asensio quando abbiamo le informazioni

In linea di principio sono molto diversi nel tono e nello sviluppo, il fatto che siano nati direttamente dall’evento di vita dei loro promotori in relazione alla coincidente esperienza di alienazione e sradicamento generata dall’abbandono improvviso della casa e dalla sopravvivenza in un paese straniero finisce per gemellarli.

La vena di nostalgia

Come vettore particolarmente fertile in questo ritorno all’introspezione, forse i prodotti più apprezzabili sono quelli che stanno facendo della nostalgia il substrato espressivo fondamentale, secondo quelle che possono essere considerate le più grandi conquiste di questa fruttuosa vendemmia.

Estate 1993, di Carla Simón e il recentemente rilasciato Ragazze, di Pilar Palomero, sono radicate in misura maggiore o minore nei ricordi d’infanzia dei loro creatori. I due film partecipano con accattivante immediatezza grazie al prodigioso lavoro dei loro piccoli interpreti. Un lavoro promosso da una messa in scena con la volontà di un verismo senza compromessi, che definisce alcuni cinema spagnolo degli ultimi decenni.

Entrambi raccontano una storia tradizionale di scoperta infantile, derivando il film di Palomero da una sottile e lucida lettura sociologica rispetto a quella più luminosa e impressionista, anche se non priva di elementi di denuncia. Estate 1993.

È sorprendente la coincidenza che in tutto il loro filmato mostrino una moderazione calcolata che esploderà nelle loro due prodigiose riprese finali, probabilmente le più belle ed emozionanti del recente cinema spagnolo.

Donna che maneggia una cinepresa.

Shutterstock / Goami

Cinema femminile, cinema femminile

Consacrati e principianti, il lavoro di tutti questi registi ci riporta all’antico e sicuramente sterile dibattito sulla particolare specificità del cinema di donne. Appare così un determinismo estetico che dà per scontata una predisposizione esclusiva di ciascun sesso indipendentemente dal condizionamento culturale.

È ovvio che nel caso dei suddetti cineasti vengono proposti temi, interessi e ambienti interamente legati al femminile. Senza contare che i suoi personaggi principali e secondari, nella loro integrità pratica, sono le donne, con il focus emotivo e psicologico in termini di storia che ciò comporta.

Ma questo implica necessariamente la manifestazione di una intrinseca “sensibilità” femminile che sarà sempre evidente nell’opera? Questa idea non è forse il frutto, in fondo, di una concezione maschilista della creazione artistica che costringe il film di un regista ad acquisire inevitabilmente una forma concreta? L’esempio banale di Almodóvar e la sua continua esplorazione del femminile ci convincerebbero del contrario.

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